Like a peach in the wine
Si sta come d'estate nel vino le percoche.
giovedì 31 maggio 2012
Sugli errori di gioventù
Negli anni '90 ero quella che si potrebbe definire una rompiscatole gastronomica. Ho trascorso l'infanzia ad odiare gli spaghetti (perché una volta mi ci sono quasi strozzata), le cotolette di carne (qui la colpa era delle scarsissime doti culinarie di mio nonno paterno),la frutta (e in parte questa repulsione mi è rimasta), il ragù(sì, l'ho detto che ero una rompiballe).
Ma soprattuto il mio disprezzo si rivolgeva verso tutta la carne che non si presentasse sotto forma di polpette e polpettoni.
Lo spettacolo di me davanti ad una bistecca, una fettina alla pizzaiola, una scaloppina era talmente penoso ed irritante che terminava quasi sempre con una buona (e legittima) dose di schiaffi e quei cinque-sei bocconi d'ordinanza mandati giù con grande riluttanza.
Questo nel caso che l'indecoroso teatrino avvenisse alla presenza di mia madre.
Ma, siccome nella qusi totalità dei casi i miei pasti erano a carico di mia nonna, la scena mutava totalmente.
Fondamentale sapere è che la nonna odiava la carne almeno quanto me (ed essendo vissuta con lei per la maggior parte della mia infanzia si spiegano molte cose) ma, naturalmente, io dovevo crescere e lei no.
Ed ecco allora involtini di vitello con piselli, spezzatini con patate, tenerissimi filetti arrostiti, serviti con amore e una gran profusione di suppliche e finti malesseri.
E i finti malesseri rappresentavano la parte migliore dello spettacolo: mia nonna fingeva di accasciarsi sul tavolo in preda a delle misteriose, lancinanti fitte allo stomaco ed io venivo presa da sensi di colpa terribili che mi spingevano a ingozzarmi di tutto ciò che avevo davanti. Ripulito il piatto il malessere della nonna magicamente scompariva e mio nonno, con piglio autoritario, consegnava a me e alla nonna due spicchi di mela (perché, per la cronaca, mia nonna detestava anche la frutta). Provavamo a fare una strenua resistenza ma il nonno era irremovibile e, tra una lamentela e l'altra, veniva mangiata anche la frutta.
Uno dei cavalli di battaglia di mia nonna nella guerra della carne erano le braciole di maiale ripiene. Con prosciutto e formaggio, con melenzane fritte e pomodorini, con i friarielli... roba che solo a vederla faceva venire l'acquolina in bocca e che, ripensandoci adesso,pagherei perché qualcuno mi cucinasse ancora (e pensare a quando le guardavo con aria schifata, mannaggia a me).
Tre braciole di maiale e mezzo chilo di champignons.
Affettare i funghi, riscaldare una padella con aglio olio e peperoncino, aggiungere i funghi e lasciar andare per una decina di minuti.Incidere una tasca in senso orizzontale in ogni braciola. Mischiare i funghi con un formaggio a pasta filata (io ho usato il francesissimo Cantal, che è simile al provolone)e un po'di parmigiano grattugiato. Salare e farcire con questo composto le braciole e fermarle poi con uno stuzzicadenti. Far soffriggere uno spicchio d'aglio con po'd'olio evo (volendo si potrebbe usare anche il burro), aggiungere le braciole e farle rosolare un minuto per lato. Aggiungere una spruzzata di vino bianco, far sfumare e lasciar cuocere la carne per una decina di minuti, girandola di tanto in tanto.
sabato 19 maggio 2012
Sul venerdì (altrimenti detto: spaghettini di soia con verdure)
Ci sono venerdì lavorativi amichevoli, di quelli che scorrono via lievi, con una sbirciata furtiva all'orologio di tanto in tanto (che fa tanto scuola,grembiule bianco e quaderno a quadrettoni), un caffè sorseggiato in compagnia di un collega simpatico, qualche pensiero divagante sui progetti serali.
Poco lavoro, poca gente in giro; il clima è mite, il sole tiepido, chi può è già scappato, fuori città per il weekend o sul fiume a godersi un po'di tepore; chi non può cerca di farsi notare il meno possibile per sgusciare via alle 18 in punto.
Si cammina con le gambe leggere tra i corridoi, si sbircia negli uffici semivuoti, si battono i tasti del computer con delicatezza, senza fretta.Si inforca il soprabito,il sole è ancora alto, è piacevole fare quattro passi verso la fermata; il tram è più silenzioso del solito, ci si incanta a guardare qualche vecchina in bici o una coppietta in tandem.
Si imbastisce un pasto veloce, con insalata e pollo arrosto,un paio di bicchieri di Gaillac rosé. Si cena in balcone ascoltando Miles Davis e annusando l'odore delle magnolie in fiore.
Poi ci sono gli altri venerdì.
Quelli che cominciano male e finiscono peggio, con una sveglia che non è mai suonata,con la pioggia battente e la macchina in panne, con i colleghi ingrugniti e l'intero globo terrestre che ha premura di sistemare le proprie vicende esistenziali prima che la settimana finisca.
Ci si aggira per gli uffici carichi di ingiustificato astio nei confronti di chicchessia, il pensiero va costantemente al sabato di straordinari che attende alle porte e la macchina del caffè eroga solo ed esclusivamente acqua scaldata.
Il tram delle 19.27 è stracolmo di gente infreddolita, dai finestrini si vedono solo auto imbottigliate nel traffico a perdita d'occhio.Giunti finalmente a casa, la pizza consegnata a domicilio è l'unica cena che si possa mai concepire.
Purtroppo il venerdì del 2° tipo è un destino che tocca (con le varianti del caso)a noi tutti almeno una volta al mese (più raramente per i più fortunati, più frequentemente per gli sfigati come me), e non starò qui a spiegarvi la vanità dei tentativi di opporsi all'ineffabile destino del venerdì "nero".
Per la carton-pizza, invece, l'alternativa ce l'ho.
Basta avere in frigo (o in freezer) un po'di verdure, miste, quelle che più vi aggradano (cavolo verza e carote?bene!cavoli e broccoli?benissimo! peperoni e zucchine? super!) e in dispensa un pacco di spaghettini di soia (o di soba, o di noodles, o vermicelli di riso...insomma, anche qui, fate voi).
Preparate un brodino vegetale con patata, carota, sedano eccetera (o usate il non ortodossissimo ma praticissimo dado vegetale bio, come ho fatto io), fateci scottare le vostre verdure tagliate a pezzetti;nel frattempo lessate gli spaghettini e riscaldate una padella antiaderente. Buttateci le verdure scolate del brodo, gli spaghetti con mezzo mestolo di brodo, fate saltare tutto a fuoco vivace per qualche minuto e aggiungete qualche goccia di salsa di soia e un pizzico di peperoncino di cayenne in polvere. Dividete nei piatti e aggiungete un mestolo di brodo caldo su ogni piatto. Gustate caldissimo.
(Ps: almeno gli straordinari oggi me li son risparmiati...)
sabato 5 maggio 2012
Sui viaggi e sulle (ri)scoperte
Luglio 2003. A quasi 18 anni, avvolta dal caldo più asfissiante che abbia mai sentito in vita mia, mi preparavo ad affrontare il primo viaggio all'estero "indipendente" (laddove avevo già viaggiato/campeggiato/cazzeggiato su e giù per l'Italia senza la supervisione di mamma&papà, ma un viaggio Oltremanica è ben altra faccenda).
La scelta della mèta è ricaduta su Londra (immagino che non sia stata una scelta molto originale).
La partenza fu degna di un gruppo di profughi esiliati: vestiti già ammappuciati, sporchi in partenza, grandi zaini sulle spalle. L'arrivo degno delle nostre finanze e della nostra giovane età: viaggio estenuante, pensione lurida, prima cena in loco a base di Yorkie.
Appurato che i gigolò-spacciatori che stanziavano stabilmente alle porte del nostro alloggio non ci avrebbero accoppato al nostro primo manifesto segno di distrazione,la vacanza è cominciata.
Ai miei occhi adolescenti è sembrata la città più bella, più incredibile che potesse esistere sulla faccia della Terra. Tutto riusciva ad eccitarmi, a farmi spalancare gli occhi colmi di stupore.Dal groviglio di linee della metro al mercato di Portobello,passando per le tombe di Westminster e la torta al cioccolato di Pizza Hut. Abbiamo conosciuto una miriade di ragazzi e ragazze, visi puliti ed entusiasti come i nostri, con gli stessi portafogli terribilmente vuoti, con cui era bello dividere una birra o un panino; facce che sono andate lentamente scolorendo nella memoria, che ogni tanto riaffiorano e ti vien da pensare "Chissà..".
Nora ed io abbiamo progettato di tornarci, una volta finito il liceo, per restarci un anno, forse due, forse tutta la vita.
Fatto sta che Londra, nella mia classifica di gradimento immaginaria, negli anni a venire è stata scalzata da una buona decina di città (per motivi, ovviamente, sempre diversi). E che da quel lontano 2003 non ci ho mai più rimesso piede.
La prima cosa tipically english che ricordo di aver mangiato sul suolo inglese (yorkie a parte) è stato un classico abbinamento Tea&Scones a Gloucester Road. Gli scones avevano un profumo che mi ricordava le scuole elementari e i biscottoni da latte che mia nonna mi preparava, erano delicati e morbidi, il sapore perfetto per me che non ho mai amato i dolci zuccherosi.
Da allora è stato tutto un andar a caccia di scones con l'uvetta in giro per l'Europa, un tentativo dopo l'altro di produrne "home made". Risultati: sì buoni, sì simpatici, ma quel sapore a Gloucester Road...
Quando ormai ero rassegnata all'idea che gli scones di Londra fossero un po' parenti alle madeleines di proustiana memoria, quasi dieci anni dopo, ho mangiato di nuovo degli scones all'uvetta morbidi e profumatissimi. Stavolta a New York.
Tornata nel Vecchio Mondo, non ho potuto fare a meno di prepararli (il sapore,ovviamente, non era quello della Grande Mela, ma stavolta c'ero preparata).
farina: 500gr
latte: 250ml
burro: 130 gr
uvetta 180g
un uovo
lievito per dolci in polvere:2 cucchiai abbondanti
zucchero 2 cucchiai
un pizzico di sale
Setacciate la farina, mettetela in una ciotola insieme al lievito, allo zucchero e al sale e mescolare. Mettete nella ciotola anche il burro a pezzetti e incorporarlo agli ingredienti secchi. Aggiungete l’uvetta. Versare il latte al centro e dell'impasto e mescolare.
Lavorate con le mani.
Infarinate un piano da lavoro, stendete l'impasto in una sfoglia abbastanza spessa (3/4 cm). Formate gli scones incidendo la sfoglia con un tagliapasta circolare. Mettere i dischetti su una teglia, lasciando un po' di spazio tra gli uni e gli altri. Spennellate con l'uovo sbattuto. Fate cuocere a 200°C per 15-20 minuti. Servite caldi, tiepidi o freddi con della marmellata (a me piace di arance)
venerdì 17 febbraio 2012
Quando ho conosciuto Arturo ero un'Eve di venti anni. In fila per entrare ad un concerto in spiaggia, mentre parlavo a telefono con il Rugbysta-Armadio-Modello-Aneboda con cui intrallazzavo all'epoca, Nora mi ha improvvisamente fulminato un orecchio gridandoci dentro "Guaaaaaardaaaa c'è Arturoooooo!!!". Giratami di scatto per vedere chi fosse costui, ho immediatamente reputato opportuno liquidare il RAMA con un "Ti richiamo dopo".
Dopo la prima stretta di mano pensavo già ad avere il suo numero di telefono. Dopo aver conversato per un'ora seduti con le pacche nella sabbia morivo dalla voglia di saltargli addosso.
Quello che all'epoca non potevo sapere è che dopo 7 anni di amore, di baci e di cazzotti (si fa per dire), di litigi, di traslochi, di viaggi saremo stati ad un passo dall'infilarci dei buffi vestiti per stare dieci minuti, in piedi, davanti ad un delegato comunale.Insomma, ad un passo dal matrimonio.
Ci sono momenti in cui ci scanneremmo volentieri; ci sono momenti in cui affiorano degli istinti che manco nella guerra dei Roses. Ma so che non troverò mai un'altra persona con cui posso essere sempre me stessa.
Non sono un personaggio molto romantico, figurarsi se potrei mai dare importanza ad un evento come San Valentino. Ma ad Arturo le cose tenerelle piacciono (anche se non lo ammetterebbe davanti a nessuno) e il 14 ho finito di lavorare più presto del solito...e allora: verrines ai pomodori secchi, riso con gamberi, polpette di salmone e questi pasticcini.
Niente di che, facili da preparare, praticamente una mini torta al cioccolato con la panna.
Lavorare 150 gr di burro con 150 gr di zucchero (io ho usato lo zucchero di canna) e poi aggiungere un uovo, una tazzina di caffè "lento"e 100 ml di yoghurt naturale. In una ciotola a parte mescolare gli ingredienti secchi: 200 gr di farina, 75 gr di cacao , una punta di lievito per dolci, un pizzico di sale, una punta. Mescolare i due composti e incorporare 20 ml di latte. Depositare su una teglia delle cucchiate di impasto ben distanziate l'una dall'altra. Far cuocere per una decina di minuti a 150° (otterrete dei biscotti molto morbidi)
Lasciar raffreddare, montare la panna con un po'di zucchero e accoppiare i biscotti farcendoli con un po'di panna, aiutandosi con una siringa.
lunedì 13 febbraio 2012
Sui segreti inconfessabili
"Ogni uomo ha il suo segreto inconfessabile" dice Titta Di Girolamo. Io, ovviamente, non faccio eccezione. Tra i segreti "inconfessabili (quelli senza virgolette mi riservo il diritto di svelarli in un'altra vita) c'è la sindrome da acquisto compulsivo. No, niente che lasci presagire la necessità di consultare uno psicanalista, ma si può dire che se entro in un supermercato per fare la spesa, la roba nel carrello sarà molto più numerosa di quella segnata nella lista.
Così come, capitandomi di entrare in quel negozio il cui nome inizia per H e finisce per M,insieme a quella gonna di cui preventivavo l'acquisto da settimane mi porterò a casa anche una maglietta, o un paio d'orecchini.
Inutile, quindi, star qui a raccontarvi cosa accade quando finisco (per fortuna ciò avviene molto raramente) nel regno del mobile svedese.Tunderbollenka e Jallinstavoll che si sprecano. I miei occhi brillano alla vista di ogni candela, ogni scatola di metallo, ogni piatto colorato. Dopo aver acquistato cesti e ciotole a volontà, dopo aver mangiato 2-3 hot dog (sì, tra i miei segreti "inconfessabili" c'è anche questo spirito da Mr Hyde del junk food),eccola lì, l'ultima, irresistibile tentazione: la bottega alimentare. Distese di polpette surgelate e salmone all'aneto. E ovviamente, loro. Nelle loro belle scatole di latta (o di cartone, alle volte pure di plastica). I pepparkakor.Non potrei mai tornarmene a casa senza averne comprati un po', pregustando quell'odorino di cannella che fa tanto inverno, casa e divano con coperta di pile (il sofà e la coperta, ovviamente, vengono sempre da lì)
Pepperkakor.
270 grammi di farina
90 gr di burro
165 grammi di zucchero di canna
90 ml di acqua
Chiodi di garofano
Un cucchiaio molto abbondante di cannella
Un cucchiaino raso di lievito per dolci
In un pentolino far sciogliere lo zucchero con le spezie e l'acqua, mescolando di continuo,fino ad ottenere uno sciroppo denso. Poi aggiungere il burro a pezzettini e lasciar sciogliere. In una ciotola mischiare la farina e il lievito e versare lo sciroppo sulla farina e impastare tutto fino ad ottenere una pasta molto elastica.
Stendere la pasta in una sfoglia sottile di 2 mm di spessore, ritagliare i biscotti e infornarli nel forno preriscaldato a 180°, per 12-15 minuti.
martedì 24 gennaio 2012
Di principesse e zuppe
(L'eleganza -fotografica- non è il mio forte...)
Da bambina non ho mai amato le principesse né le romanticherie. Ho sempre adorato Mary Poppins ma ho sempre disdegnato Cenerentola. Quando i miei fecero dipingere la camera mia (e di mio fratello!) di rosa ho pianto per giorni (mio fratello anche, in verità). Mi piaceva giocare con le Barbie che però, nella mia mente infantile, non erano mai abbigliate per andare ad un gran ballo (come recitava la scatola), quanto piuttosto erano attrici, ambasciatrici di pace ai congressi Unicef, premi Nobel alla consegna dl premio. Se poi erano vestite senza abitoni voluminosi meglio ancora: con vesitini semplici e pantaloni diventavano spie, direttrici di case famiglia, commesse e cuoche internazionali. Insomma, mai una regina, una principessa, una duchessa...ma neanche una fatina, una sposa o qualcosa del genere. Ovviamente odiavo portare i vestitini (per onore della cronaca odiavo anche le tute perchè trovavo fossero l'indumento più antiestetico del mondo-e quell'odio lì mi è rimasto-) e avrei potuto vivere tranquillamente indossando sempre gli stessi pantaloni di velluto beige.
Uno degli psicodrammi della mia infanzia ebbe luogo quando le mie maestre elementari decisero che per Carnevale avremmo sfilato per le strade della città. Il tema sarebbe stato: il carnevale di Rio. La povera nonna, alla notizia delle maestre, ebbe un attimo di scoramento, sicuramente pensò "E mo' come glielo faccio a questa un vestito da brasiliana?". Io, scrutando la sua aria perplessa, già gongolavo pensando che sarei stata vestita anche io da palma come Franz, con un bel cespuglio di carta crespa verde in testa, una tuta marrone aderente a mo' di tronco e tanti saluti. Ma mia nonna è sempre stata una sarta eccezionale, la mia giovinezza gronda di vestiti, gilet, sciarpe, gonne, maglioni fatti con le sue mani. E infatti mia nonna tirò su un abito genere "princesa do brazil" favoloso, con una struttura primaria in raso bianco e tutta una serie di ruches colorate applicate a mo' di balze sulla gonna e sulle maniche. Un abito lungo fino ai piedi, larghissimo. Un abito che odiai dal primo momento in cui mi fu infilato addosso con la forza. Come se non bastasse in testa mi fu messa anche una coccarda gigante fatta con le balze avanzate.
Un incubo.
Anni dopo è arrivata la mia nipotina acquisita. La Chia,le principesse le adora. La sua camera è tutto uno sfavillio di rosa e di strass, i suoi vestiti da carnevale sono un trionfo di tulle e coroncine. Le sue bambole son tutte principesse- o spose, a seconda dei contesti.Quando le domandi "Amore di zia, cosa vorresti in regalo?" le risposte (invariabilmente) sono "Una macchina rosa/Vestitino rosa/Scarpe rosa delle principesse/Corona di Cenerentola/Borsetta rosa con trucchi/Letto rosa (??)".
Tempo fa le ho organizzato il pranzo delle principesse. Una tavola ricoperta di stelle di carte dorata e pietre sbrilluccicanti, il menu scritto su una sagoma di dama al gran ballo, una bella brocca con il vino delle principesse(leggi: succo di pompelmo con sciroppo di fragola, pezzi di frutta mista e ghiaccio)e candele. Nei piatti: pasta con funghi e piselli, saltimbocca al prosciutto e tanti dolcetti colorati (il menu l'ha scelto la principessa in fieri).
Ovviamente la Chia si è vestita d'ordinanza: si è presentata addobbata con il vestito di Cenerentola, corona, collane e anelli vari. Io son arrivata a tavola con abito nero e stivali. La Chia era piuttosto contrariata e, con l'aria di una che pensa "Da te non ci si può aspettare nulla di buono", ha tirato fuori dalla sua borsetta una seconda coroncina e me l'ha piazzata in testa. Amen.
La tomamozza d'hiver
(tratto dal libro "Princesses à vos cuillères! (en argent)"
50 cl di passata di pomodoro
1 mozzarella di 150 gr
2 cucchiai d'olio extravergine
basilico
sale, pepe
Lasciar cuocere lentamente la salsa di pomodoro. Quando la salsa avrà tirato un po'(ma non troppo, non come se doveste condirci la pasta, deve restare un po' più "liquida") spegnere il fuoco, aggiungere olio, sale e pepe e mescolare. Suddividere la salsa in 3 ciotole, distribuire un terzo di mozzarella sbriciolata in ciascuna ciotola e un po'di basilico tritato grossolanamente. Servire ben caldo.
Ps: il risultato non è male affatto. Sembra di mangiare una pizza "destrutturata"
Provare per credere.
Pps: le ricette delle farfalle e dei saltimbocca, più le idee per decorare la tavola vengono tutte dallo stesso libro.
Sulla domenica
Quando ero piccola la domenica era il giorno della settimana a cui non avrei rinunciato per nulla al mondo. Appena sveglia correvo in cucina, sicura di trovar mia nonna,già in attività, che mi aspettava per far colazione. Pane, burro, marmellata, latte e caffè, da sorbire nelle ciotole rosse d'ordinanza.Mentre io mi preparavo la nonna portava il caffè a letto al nonno (che, si sa, a lui piaceva poltrire). E poi era tutto un pippiare di pentole ricolme di sugo, uno sfrigolare di tenere carni untuose, uno spandersi di voci allegre, di motivetti d'altri tempi. Mia zia ogni tanto compariva a sgridare la nonna per qualche sciocchezza che l'aveva irritata (ma almeno era ancora capace di ridere, almeno non aveva varcato la linea...).E poi arrivavano i miei genitori e mio fratello: mio padre portava con sè cartocci pieni di sorprese zuccherose e bottiglie di vino. A me e Vico veniva eccezionalmente concesso di bere fiumi di Cocacola, ma io finivo sempre per rubare un fondo di vino dal bicchiere del nonno (la mia vocazione alcolica era viva fin dalla più tenera età).
Tante voci che si accavallavano, il nonno che sembrava aver vissuto almeno tre vite che l'avevano lasciato pieno di cose da raccontare, Vico che riempiva di caffè le vaschette dei termosifoni facendo impazzire la nonna. E poi giochi sul tappeto,castelli di carte, il ronfare di mio padre, mamma che sferruzzava, e il rituale della spartizione dei dolci rimasti dal pranzo.
Adesso che siam diventati una famiglia di quelle che a Dawson's Creek glie fanno un baffo(non che prim fossimo un'icona di normalità, ma insomma...) queste domeniche sono diventate il bel ricordo da rispolverare nelle domeniche sonnacchiose, uggiose, ripensando ai nonni e al latte e caffè nella tazza rossa.
La bolognese della domenica (col trucco)
(ricetta moooolto approssimativa)
Rigatoni
Granulare di soia
Una bottiglia di passata di pomodoro
Una scatola piccola di pomodori pelati
Un cucchiao di concentrato di pomodoro
Una carota
Una cipolla
Brodo vegetale
Vino rosso
Olio extrevergine d'oliva
Sale
Detto, fatto: far soffriggere la cipolla con un po'd'olio, aggiungere poi la carota tritata molto finemente e il granulare di soia. Far insaporire il tutto e poi aggiungere il vino rosso e far sfumare. Aggiungere la passata di pomodoro, i pelati passati al setaccio, il concentrato di pomodoro. Dopo qualche minuto agggiungere il brodo, aggiustare di sale e lasciar cuocere a lungo (diciamo 3 ore) a fuoco molto molto basso.
Lessare i rigatoni e condirli con il sugo.
Ps: a tavola eravamo in 3. I miei commensali alla fine del pranzo hanno preteso di vedere il granulare di soia perché non ci credevano che non si trattasse di carne macinata.
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